Il momento è arrivato. Dopo giorni di preparativi, frenesia, cose da ricordare e paura di lasciare qualcosa a casa, è arrivato il momento di partire. Non mi rendo conto, nemmeno ora che sono fisicamente qui negli States, di essere partito di casa e di starci lontano per 6 mesi...vedremo nei prossimi giorni come si evolveranno le cose, ma per ora sono molto tranquillo.
Ora sono qua nel soggiorni di Linda&Ivo, che con un infinita disponibilità e gentilezza mi sono venuti a prendere all'aereoporto ieri e mi hanno ospitato per passare la notte. Loro dormono ancora, ed io vi racconterò del mio LUUUUUNGO viaggio.
Il tutto inizia partendo da casa. Mio padre è agitato, mia madre un pò meno, mentre Chiara sembra abbastanza tranquilla, ma mi tiene la mano forte forte...arriviamo a Linate, ed iniziano i classici riti d'aereporto, con il check-in dove già iniziano le prime preoccupazioni, dato che mi toccherà a Chicago prendere le mie valigie dal ritiro bagagli ed andare a poggiarle 200 m più in là...cominciamo con le americanate.
Finito il check-in, l'allegra famigliola (non troppo allegra al momento, direi più tesa) decide di andare a bere qualcosa; facciamo due chiacchere, non molte perché il momento si fa sentire, e le ultime raccomandazioni, ed arriva l'ora di andare all'imbarco. Saluto Chiara, che nonostante tutto è tranquilla e sa che comunque ci sentiremo, mio padre e mia madre un pò tesi, e mi avvio verso l'ingresso: mi volto un ultima volta, ma i miei sono già confusi nella folla dell'aereoporto. Da quel momento ero solo io, gli aereoporti davanti a me e la tabella di marcia abbastanza stretta.
Comincio con la parte easy, i check italiani a Linate, poca gente ma nonostante questo la "solita" gentilezza, poco male mi dico, mi abituo alla rinomata "gentilezza" americana.

Mi siedo al gate, ed approfittando delle ultime chiamate gratis e messaggi chiamo Nani e la Tatina, ma as usaual dormono come ghiri...la Tina fa in tempo a rispondermi, così almeno sento qualcuno di familiare per l'ultima volta al telefono. Arriva l'ora dell'imbarco, salto sul bus e mi accomodo in aereo: gran scelta di posto, vicino all'uscita, chilometri di spazio per le gambe. Attorno a me una comitiva di fiorentini in partenza per il Kilimangiaro, un pò su d'età ma molto arzilli...a volte fin troppo, ma il volo è corto.
Passiamo sopra l'Olanda, incrociamo la Manica e quindi spunta l'Inghilterra con l'estuario del Tamigi che seguiamo fino ad arrivare a Londra. Dopo aver lasciato Milano uggiosa e piovosa, mi vedo una Londra immersa nel sole, scintillante di mille finestre che ne riflettono il bagliore. E' davvero un bellissimo spettacolo, nel circuito di atterraggio sorvoliamo molti landmark di Londra: il Millennium Dome, il Parlamento, la ruota panoramica ed altro ancora...la scelta del finestrino è stata eccellente direi. Mentre atterriamo la simpaticissima hostess, seduta davanti a me, attacca a fare conversazione (con me un poco agitato che butto occhiatacce fuori dal finestrino) e mi fa gli auguri per l'esperienza in America mentre il Boeing 757 poggia le ruote sulla pista di atterraggio.
Una volta scesi dall'aereo, mi appresto a cercare i Connecting Flights, visto che dovrò andare dal Terminal 1 al 5, con in mezzo pure il bus di collegamento. Dopo un pò di spaesamento ed il solito controllo di sicurezza (incredibilmente pieno di indiani ad eseguirlo, un pò come tutto l'aereoporto) arrivo al mio Terminal e al mio gate, dove mi aspetta il 747 che mi porterà al di là dell'oceano.

La sala d'attesa è anche qui straordinariamente popolata di indiani, tutti belli spaparanzati sulle poltrone a dormire. Al passare del tempo arrivano anche americani, subito riconoscibili per almeno qualcosa che sia tipico US, tipo abbigliamento strampalato o panza da record. Intanto a me sovvengono dubbi sulla procedura che dovrò fare a Chicago con i bagagli, quindi mi avvicino al desk del gate e chiedo ad un impeccabile assistente inglese alcune informazioni, il quale con la tipica flemma e cortesia che contraddistingue i britannici mi da tutte le informazioni in un British English che mi ha fatto davvero sentire nella patria di quella babbiona della Queen Elizabeth II.
Arriva anche qui il momento dell'imbarco, entro nel 747, che sebbene non sia più l'aereo passeggeri più grande al mondo pur sempre una bella bestia. Prendo il mio posto, anche qui ottimamente scelto davanti per avere più spazio per le gambe, e mi accomodo. Dopo un lungo rullaggio in pista mi stacco per l'ultima volta, di qui a qualche mese, dal suolo europeo; con mia somma gioia ci viene subito dato il pasto, dopo il quale attacco un pò bottone con un ragazzo inglese al mio fianco, che anche lui veniva negli States per studiare. Dopo un pò di allegro convivio ci dedichiamo al direi figherrimo sistema di intrattenimento: è praticamente uno schermo touch dove si può scegliere tra una lunga serie di film e sit-com, on demand, e quindi a totale scelta dell'utente. Io mi fiondo subito sulla puntata dei Simpsons, per poi guardarmi The Bourne Ultimatum: passare il tempo così è necessario per ingannare le 9 ore di volo che mi aspettavano.
Tra un film e l'altro passano anche queste ore di volo, ed ormai ci accingiamo ad atterrare all'aereoporto di Chicago, e qui cominciano a salire le mie preoccupazioni: avevo solo 1 ora e 50 per passare l'estenuante fila dell'Immigrazione americana, prendere i bagagli, andare ad un altro Terminal, passare i controlli di sicurezza ed arrivare al gate.
Appena scesi dall'aereo ci accodiamo all'Immigrazione, dove c'era già una fila di un centinaio ed oltre di persone. Il gentilissimo ragazzo inglese mi conforta dicendo che nonostante tutto dovrei farcela con molta tranquillità, ma nonostante le rassicurazioni rimango un pò agitato. Arrivato davanti all'agente dell'Immigrazione, scazzato come è di norma, sbrigo le pratiche tra cui c'è l'ennesima volta in cui mi vengono chieste le impronte digitali...corro verso il ritiro bagagli con il mio compagno di avventure, ritiriamo i bagagli, passiamo la "dogana" e poggiamo i bagagli 50 metri più avanti...mai visto cosa più ridicola, ma vabbè, siamo in America...
Espletato le pratiche di immigrazione e doganali corriamo verso il treno per il Terminal 3, con soltanto 50 minuti a mia disposizione. Per fortuna il convoglio è già presente, saliamo al volo e partiamo dopo molto poco. Arrivati al Terminal 3 saluto definitivamente il mio provvisorio (e gentilissimo) compagno di viaggio, dato che lui doveva andare a Charlotte, nel North Carolina. Anche qui ennesimo controllo di sicurezza, anche qui "gentilissimi", dove un'attempato (ed alquanto rincoglionito) americano mi ciula il posto in fila, adducendo il fatto che lui era da prima in fila, ma nella fila a lato, molto più lenta -_-'' Lascio correre, e passo anche questo controllo. Conoscendo già un pò gli aereoporti americano corro verso il gate, che in effetti era abbastanza lontano a piedi, ma ormai almeno ero sicuro di non perdere l'aereo, almeno quello. Poco prima del gate spendo i miei primi dollari di questo viaggio...per BERE data la sete da cammello che avevo: visto che siamo in America, ho cominciato con la Coca Cola, sopratutto perché l'acqua qua fà decisamente schifo.
Entrando nell'ala dell'aereoporto dei voli interni vedo che gli aerei utilizzati sono mooolto piccoli, simil-mini-MD80 da massimo un 80na di posti, e comincio un pò a preoccuparmi...ma mi calmo abbastanza presto, tra me e me penso "almeno non sono turboelica, e poi sono American Airlines".

Il senso di piccolezza si accentua ad entrarci, una volta imbarcato. Una fila singola su un lato e una doppia sull'altro, con i sedili molto stretti e gli spazi abbastanza angusti. Oltreuttutto su questo aereo diretto a Columbus siamo davvero pochi, forse non raggiungiamo la decina, nemmeno fosse un autobus di linea poco frequentato. La hostess è uno stereotipo americano, sui 40, un pò stravolta e che attacca bottone con tutti mimando a volte interesse, senza riuscirci molto bene in verità.
Partiamo, sulla pista di decollo l'aereo decolla subito, e dopotutto mi infonde un pò di sicurezza perché sembre muoversi molto più sicuro ed agile di altri bestioni. Dal finestrino vedo Chicago, che sembra disegnata con il righello, illuminatissima da tutte le sue luci che sembrano scintillare mentre avanziamo nel cielo. La Downtown è ben visibile e si vedono un pò di grattacieli, ci passiamo sopra per poi immergerci nel nero del lago Michigan. Ci sono un pò di turbolenze, anche se l'aereo non si muove troppo alla fine dei conti, ma il non perfetto sistema di pressurizzazione accentua la mia stanchezza dopo più di 14 ore che ero in giro, e penso al fatto che non vedo l'ora di essere in un letto, o almeno a terra.
Il volo dura molto poco, e all'orizzonte già si può intuire l'enorme chiazza di luce di Columbus. Mentre atterriamo cerco di capire qualcosa della città, ma è davvero tutta uguale. Piuttosto sembra di giocare a SimCity, con tutte le zone belle ordinate ed illuminate. Tocchiamo terra e tiro un sospiro di sollievo, più che altro perché segna la fine del mio fin troppo lungo viaggio.
Vado a ritirare i bagagli ed aspetto Linda ed Ivo che vengono a prendermi in macchina, ed in quel momento li benedico perché ero davvero molto stanco.
Cominciano a farmi domande sul viaggio, e cominciano anche a spiegarmi un pò di cose della vita qua a Columbus. Sfrecciamo tra le lunghe e dritte strade americane parlando di molte cose che dovrò fare qua nei prossimi giorni. Arriviamo agli Heritage, un complesso residenziale dove vivrò anche io da qui a Luglio. Il complesso è grande ma grazioso, ed anche la loro casa è carina ed accogliente. Passiamo qualche decina di minuti chiaccherando un pò, fino a che con me visibilmente stanco loro non vanno a casa di amici a vedere un film, a cui avevan invitato anche me, ma al quale ho rifiutato perché sono davvero stanco morto.
La mia lunga giornata è finita, è arrivato il momento del riposo del viaggiatore.